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Il piano ontologico nel De Veritate di San Tommaso d’Aquino.




Nel primo articolo della prima "Quaestio" del De Veritate, S. Tommaso affronta il discorso dell' "Essere" sul piano metafisico. Il discorso sull' "Essere" - di contro a quello sulla determinazione che si collocava sul piano ontico - si pone sul piano ontologico. E' il piano che consegue all'essere preso nella sua universalità, cioé trascendentalità:
La seconda maniera si ha quando il modo espresso è un modo generale che consegue a ogni ente...(De Veritate, Q1, a1)

E' il piano sul quale incontriamo i cosìddetti trascendentali: res, unum, aliquid, bonum, verum. L'identificazione / distinzione di questi con l'essere costituisce il cosìddetto piano trascendentale proprio, quello con l'ente, il piano trascendentale derivato: l'ente è uno, vero, buono, in quanto e nella misura in cui partecipa all'essere. Le vie del piano ontologico sono anch'esse due:
...questo modo può essere duplice: o in quanto segue ogni ente in sé, o in quanto segue un ente in ordine ad un altro ente.(De Veritate, Q1, a1)

L'ente considerato in sé, la prima via, può esprimersi positivamente o negativamente. L'espressione positiva, o assoluta dell'ente considerato in sé, è la "res", infatti
Ciò che esprime in maniera assolutamente affermativa l'essere è la sua essenza (determinazione, partecipazione), ossia il modo di essere. (Molinaro, Metafisica, p.87)

L'ente, sintesi di essere e determinazione - riferisce, rapporta principalmente all'essere, "ens dicitur ab esse", ed all'atto di essere "ens sumitur ab actu essendi", la sua manifestazione o affermazione positiva è la res o quidditas o essenza, "nomen rei exprimit quidditatem vel essentiam entis". Propriamente il piano della determinazione dell'ente è il piano ontico, qui però la res è considerata quale epressione positiva assoluta e perciò trascendentale dell'ente, è, quella qui intesa, la considerazione trascendentale della onticità dell'ente. L'espressione negativa dell'ente considerato in sé è l'uno (unum), cioè l'indivisione:
... la negazione poi che consegue a ogni ente in modo assoluto è l'indivisione, la quale viene espressa dal nome "uno": infatti l'uno non è altro che l'ente indiviso.(De Veritate, Q1, a1)

L'uno come affermazione assoluta è la negazione della opposizione assoluta dell'essere, il non essere, esso è la negazione della negazione, l'esclusione dell'opposizione e quindi l'affermazione dell'essere come posizione assoluta. L'uno come affermazione assoluta dell'essere è anche negazione della possibilità, perchè il possibile in quanto tale non è.
Allora, come negazione della negazione, l'uno è l'unità dell'essere, è identità.
Questa esplicitazione nell'unità si traduce derivatamente sul piano dell'ente: l'ente è ente per l'essere e, allo stesso modo, è necessariamente uno per l'essere: l'unità dell'ente è l'unità del suo essere; in quanto e nella misura in cui è, l'ente, ogni ente, è indiviso, non opposto, indivisibile, identico.(Molinaro, Metafisica, p.93)

La seconda via del piano ontologico, è quella dell'ente preso per ordine ad altro. Anch'essa è duplice, infatti l'ente considerato in relazione ad altro è o diviso, divergente, o conveniente, convergente. Come diviso, divergente, esso è aliquid, ossia aliud quid, è qualcosa di altro, cioè un altro qualcosa:
Se invece il modo dell'ente è preso per ordine ad altro, allora o si ha la divisione di una cosa dall'altra e ciò è espresso dal nome  "qualcosa" (aliquid): si dice infatti aliquid  nel senso di aliud quid, cioè di "un altro qualcosa", per cui come l'ente si dice uno in quanto è indiviso in sé, così si dice qualcosa in quanto è diviso dagli altri...(De Veritate, Q1, a1)

Sul piano ontologico proprio, il piano dell'essere, non si dà alterità, in quanto l'altro dall'essere, il non essere, è negato dall'uno, negazione della negazione; con una semplificazione rozza: su questo piano, anche ciò che è diverso, è, ed in quanto tale è essere, per cui non c'è diversità. L' aliquid compare sul piano ontologico derivato quale considerazione ontologica della determinazione dell'ente, parafrasando Tommaso
... per cui come l'ente si dice "uno" in quanto è indiviso in sè, così si dice "qualcosa" in quanto è diviso dagli altri...

con Molinaro:
... l'ente è indiviso in sé in quanto è ed è diviso da ogni altro in quanto determinato. Ogni determinazione, poiché implica divisione, opposizione rispetto a un'altra, implica sempre un'altra determinazione.(Molinaro, Metafisica, p.93)

Su questo piano, quello ontologico derivato, ogni determinazione esclude ogni altra determinazione, come dirà Spinoza: "omnis determinatio, negatio". La negazione inerisce la dterminazione, l'affermazione inerisce l'essere, perciò ogni determinazione in quanto affermazione assoluta è ed è essere, in quanto determinazione è negazione determinata. L'ente considerato per ordine ad altro è anche conveniente, convergente: "oppure si ha la convenienza (convergenza) di un ente con un altro. Ora, perché tutto ciò che è in quanto è, ossia tutte le cose in quanto sono, possano convergere, convenire, è necessario qualcosa in cui questa convergenza possa avvenire, dunque qualcosa che sia conveniente con ogni ente, questo qualcosa in cui questa convergenza possa avvenire è l'anima. L'anima, ossia il quid in cui tutte le cose che sono possono convergere, è, a sua volta, essere, sia perchè l'altro dall'essere è il non - essere (ma l'anima non può essere un "non essere"), e si avrebbe il contraddittorio che l'essere converge nel non  - essere, sia perché l'anima, perché tutto possa convergere in essa, deve poter essa stessa convenire con tutto, e, perciò, di nuovo, essere anch'essa essere. Tra l'anima e l'essere perciò non c'è separazione, né opposizione, c'è una distinzione, la quale è interna all'essere, e perciò autodistinzione. Nell'anima allora - che è il quid in cui tutte le cose possono convergere e che può essa stessa convenire con tutto - si compie la relazione dell'essere sia ai trascendetali, sia all'ente determinato. Si ha allora un piano ontologico proprio sul quale si relazionano l'essere ed i trascendentali, ed un piano ontologico derivato sul quale si relazionano l'essere e l'ente determinato. Per quanto concerne il primo - il trascendentale proprio -, Tommaso osserva: "Nell'anima però vi è una forza cognitiva ed una appetitiva" essa cioé ha due forze o potenze: quella conoscitiva o intellettiva, e quella appetitiva o volitiva, essa perciò può compiere la sua relazionalità con l'essere tanto con l'una quanto con l'altra di queste due potenze. Se la relazionalità in quanto identificazione con l'essere è compiuta tramite la potenza intellettiva si ha la verità che è adeguazione dell'essere con l'intelligenza, la conformità dell'essere con l'intelligenza. Se invece essa è compiuta tramite la potenza volitiva, si ha la bontà, che è conformità della volontà con l'essere. La direzione delle due relazionalità è opposta, a costituire due emicicli: la prima è dall'essere all'intelligenza, la verità è la presenza dell'essere all'intelligenza, l'essere si conforma all'intelligenza divenendogli interiore; la seconda è dalla volontà all'essere in quanto la volontà si compie nell'essere, è perciò una realizzazione:

Essere    ------------->  Intelligenza
Interiorizzazione

Verità = presenza dell' Essere all'intelligenza

Volontà  ------------->  Essere
Realizzazione
Bontà = compimento della volontà nell'Essere

Si spiega così come, in quanto trascendentali, la verità e la bontà abbiano la stessa estensione dell'essere: l'essere, tutto l'essere, è verità e tutta la verità è essere; l'essere è bontà e la bontà è essere. Ma, se tutto l'essere è verità e bontà, allora anche l'intelligenza e la volontà, in quanto essere sono verità e bontà. Ora, l'intelligenza implica l'intelligibile, ne è necessariamente correlata, similmente la volontà il volibile. L'intelligibile ed il volibile sono anch'essi essere, come i loro correlati, perciò la loro stessa correlazione - intelligenza / intelligibile, volontà / volibile - dice che l'essere è intelligenza ed intelligibile, volontà e volibile, in sé e per sé. La correlazione intelligenza / intelligibile è necessariamente intelligenza in atto e intelligibile in atto. L'inseità e la perseità sono perciò attualità, ossia intellezione, ma l'intellezione dell'in sé e per sé è autocoscienza. Similente per la correlazione volontà / volibile, l'essere è attualmente ciò che vuole e ciò che è voluto, perciò volizione in atto, autopossesso, realizzazione di sé con sé.
Per quanto concerne il piano ontologico derivato, è qui che abbiamo a questo punto il rapporto con l'ente determinato, anch'esso duplice: 1). da una parte l'ente la cui determinazione è l'intelligenza e dall'altra l'ente la cui determinazione è l'intelligibilità. 2). da una parte l'ente la cui determinazione è la volontà e dall'altra quello la cui determinazione è la volibilità. Consideriamo anzitutto il primo, il rapporto tra l'ente la cui determinazione è l'intelligenza e quello la cui determinazione è l'intelligibilità. L'intelligenza, per definizione intelligenza dell'ente, è la verità logica, la conoscenza, è l'adeguazione cosciente dell'ente con l'intelligenza, la quale si esprime nel giudizio: x è z:
... la verità intesa come conoscenza dell'adeguazione tra il conoscente ed il conosciuto si realizza nel giudizio: solo in esso infatti la mente riflette sui contenuti dell'apprensione per affermare la loro corrispondenza alla realtà.(Sanguineti, Logica e gnoseologia, p.265)

Le parole celeberrime di Tommaso sono:
... ogni conoscenza si compie attraverso l'assimilazione del conoscente alla cosa conosciuta, così che l'assimilazione è detta causa della conoscenza, (...) : la prima comparazione dell'ente all'intelletto è dunque che l'ente concordi con l'intelletto, la quale concordanza è detta "adeguazione della cosa e dell'intelletto", e in ciò formalmente si compie la definizione di "vero". Questo è dunque ciò che il vero aggiunge sopra l'ente: la conformità, cioè l'adeguazione, della cosa e dell'intelletto, alla quale conformità, come si è detto, segue la conoscenza della cosa: così dunque l'entità della cosa precede la nozione della verità, ma la conoscenza è un certo effetto della verità.(De Veritate, Q1, a1)

L'intelletto, perciò, si adegua alla cosa, all'ente determinato come intelligibile. L'intelligibilità dell'ente è la verità ontica, essa è il contenuto dell'intelligenza, la verità ontica è ciò su cui si fonda quella ontologica. L'adeguazione è tra due termini, l'intelligenza e l'intelligibile, il pensiero e la realtà:
Soltanto in Dio l'adeguazione tra pensiero e realtà raggiunge il vertice di una totale identità. L'intelligenza di Dio è assolutamente vera, al punto da identificarsi con il suo essere (veritas mentis); allo stesso modo, l'essere divino è massimamente vero (veritas rei) perchè è identico alla sua intelligenza. Dunque in Dio non c'è distinzione tra verità della mente e verità della cosa, tra intelligenza ed intelligibilità.(Sanguineti, Logica e gnoseologia, p. 267)

Nell'intelligenza umana la verità è invece un'adeguazione tra due istanze, l'intelligenza e la cosa o l'intelligibile. E' la verità ontica - come si è detto - quella che fonda quella ontologica, allora siccome i due termini dell'adeguazione non sono identici, è il primo, l'intelligenza, che deve adeguarsi al secondo, la cosa. La cosa dunque "misura" (non quantitativamente) l'intelligenza, o, con altri termini, l'intelligenza è misurata dalla cosa. Ciò è dovuto al fatto che qui tanto l'intelligenza (che non sempre è intelligenza in atto) quanto l'intelligibile (che non sempre è termine dell'intelligenza) contengono un elemento di potenzialità da cui origina la distinzione, all'interno della verità logica tra intelligenza ed intellezione, come, al tempo stesso, la distinzione tra verità logica e la verità ontica. Questo momento di potenzialità è superato nella intellezione dove intelligenza ed intelligibile sono in atto. E' la ripetizione di quanto nell'anima già accadeva a livello della sensazione:
E' possibile infatti che chi possiede l'udito non oda, così come l'oggetto sonoro non sempre risuona. Quando però ciò che è capace di udire ode in atto, e ciò che è capace di suonare suona, allora l'udito in atto ed il suono in atto si producono simultaneamente.(Aristotele, De Anima, libro III, 429a)

Perciò come è necessario nella sensazione che percepiente e percepito siano simultaneamente in atto, così è necessario nella intellezione che siano simultaneamente in atto intelligenza ed intelligibile. Quando ciò accade nell'intellezione, si attua una perfetta identità tra verità ontica, tra misura misurata (l'intelligenza) e misura misurante (l'intelligibilità), identità in cui cadono tanto il momento "misurata" quanto il momento "misurante" e resta la "misura" come verità.(Molinaro, Metafisica, p. 293)

Da quanto si è detto si può concludere circa la verità con Tommaso che "In base a ciò si trovano tre definizioni del vero o della verità":
1). "Verum est id quod est" (è la definizione che l'aquinate trae dai Soliloqui di S.Agostino).
2). La verità è la verità dell'adaequatio, ossia del giudizio.
3). "Verum est declarativum et manifestativum esse".
Ma allora, se la verità è ciò che è ("verum est id quod est"), sul piano ontologico proprio essa è la verità dell'essere e l'essere che è verità, e questa è vera, sul piano ontologico derivato, la verità è la verità cosciente dell'adaequatio, e pure questa è vera, infine, la verità è ciò che è dichiarativo e manifestativo dell'essere, e questa è anche vera, dove sono la falsità e l'errore? La falsità e l'errore esistono solo sul piano ontologico derivato, cioé come errore e falso del particolare, più specificatamente si può rispondere con Sanguineti:
L'intelligenza umana si costituisce nella verità quando giudica le cose secondo il loro essere, e cade in errore quando risulta una discordanza tra ciò che pensa e ciò che è.(Sanguineti, Logica e gnoseologia, p. 267)

Per quanto concerne invece la considerazione, sul piano ontologico derivato, della bontà, ossia del rapporto tra l'ente la cui determinazione è la volontà e quello la cui determinazione è la volibilità, essa è sostanzialmente analoga a quella precedente con alcune eccezioni derivanti da quanto già detto. All'ente la cui determinazione è la volontà corrisponde la bontà intenzionale, a quello la cui determinazione è la volibilità la bontà ontica; la prima è l'intenzione, la seconda il suo compimento. C'è una differenza di fondo con la considerazione della verità: lì si andava dall'essere all'intelligenza, l'intelligibile era interiorizzato; qui si va dalla volontà all'essere, la volontà si rende presente all'ente che lo attrae e così si realizza. Anche qui c'è il momento di potenzialità, volontà e volibile non sempre sono in atto, lo divengono nella volizione, la quale, anche qui, attua la perfetta identità tra bontà ontica e bontà intenzionale. Anche  qui sul piano ontologico proprio non c'è il male, perché l'essere è bene ed il bene è essere, il male esiste sul piano ontologico derivato in quanto privazione del bene dovuto, cioé privazione di una determinazione dovuta all'ente che è buono.
Per Tommaso cioé
Il male, come aveva insegnato Agostino, erudito a sua volta da Plotino, non è una realtà positiva, è una privazione, è la mancanza di qualcosa che dovrebbe esserci, come la cecità è la mancanza di qualcosa nell'occhio; e può essere o mancanza di un elemento naturale o mancanza di ordine al fine proprio liberamente voluta da una creatura razionale. Questo secondo è la colpa, il male morale (malum culpae) - che è il male più grave - il primo è il malum poenae il dolore in tutte le sue forme.(Vanni Rovigni, Introduzione a S. Tommaso, p. 78)

francesco latteri scholten

SCHEMA RIASSUNTIVO
Ente = sintesi essere + determinazione
Determinazione
Piano ONTICO : determinazione categoriale dell'ente;
categorie supreme: SOSTANZA (per sé), ACCIDENTE (in altro), ATTO, POTENZA, ANALOGIA.
Essere
Piano ONTOLOGICO:
I via:  ciò che consegue all'essere considerato in sé
a) espressione affermativa dell'essere: RES
b) espressione negativa dell'essere: UNUM
II via: ciò che consegue all'essere considerato in relazione
a) come divergente: ALIQUID
b) come convergente: è necessario un sostrato in cui tutto possa convergere e questo è l'ANIMA, che ha due potenze secondo le quali può aversi la convergenza:
1) secondo l' INTELLETTO
Interiorizzazione
Essere -------- > Intelletto : VERUM
2) secondo la VOLONTA'
Realizzazione
Volontà -------- > Essere : BONUM

Appendice
Il testo dell’art. 1 della prima Quaestio del De Veritate.
Come nelle proposizioni  dimostrabili bisogna operare la riduzione a qualche principio per sé noto all'intelletto, così [ bisogna fare ] quando si ricerca che cos'è una certa cosa, altrimenti in entrambi i casi si andrebbe all'infinito, e così verrebbero meno del tutto la scienza e la conoscenza delle cose; ma ciò che anzitutto l'intelletto concepisce come la cosa più nota di tutte e in cui risolve tutti i concetti è l'ente (ens), come dice Avicnna al principio della sua Metafisica; per cui è necessario che tutti gl'altri concetti dell'intelletto siano ottenuti per aggiunta all'ente. Ora, all'ente non si può aggiungere qualcosa come estraneo, al modo in cui la differenza si aggiunge al genere o l'accidente al soggetto, perché ogni natura è essenzialmente ente, per cui anche il Filosofo dimostra che l'ente non può essere un genere; ma si dice che alcune cose aggiungono [ qualcosa ] all'ente in quanto esprimono un modo dello stesso ente che non è espresso dal nome di ente, il che accade in una duplice maniera. Innanzitutto quando il modo espresso è un qualche modo speciale dell'ente
  E' il piano ontico, ossia della determinazione categoriale dell'ente, categorie supreme sono: sostanza (per sé), accidente (per altro), analogia, potenza e atto.; vi sono infatti diversi gradi di entità secondo i quali si prendono i diversi modi di essere, e secondo questi modi si prendono i diversi generi delle cose: la sostanza infatti non aggiunge all'ente qualche differenza che designi qualche natura sopraggiunta all'ente, ma col nome di sostanza si esprime un certo speciale modo di essere, cioè l'ente per sé, e così per gli altri generi. La seconda maniera si ha quando il modo espresso è un modo generale che consegue a ogni ente
  E' il piano ontologico, sul quale incontriamo i trascendentali  (res, unum, aliquid, bonum, verum): l'identificazione / distinzione di questi con l'essere costituisce il cosiddetto piano trascendentale proprio, quella con l'ente, il piano trascendentale derivato: l'ente è uno, vero, buono, nella misura in cui partecipa all'essere. Le vie del piano ontologico sono due: 1) ciò che consegue all'ente considerato in sé: espressione affermativa dell'ente = Res; espressione negativa dell'ente = unum; 2) ciò che consegue all'ente considerato in relazione ad altro: come divergente = Aliquid; come convergente: nell'anima: a) secondo l'intelletto = verum; b) secondo la volontà = bonum., e questo modo può essere duplice: o in quanto segue ogni ente in sé, o in quanto segue un ente in ordine a un altro ente. Nel primo caso qualcosa viene espresso nell'ente o affermativamente o negativamente; ma non si trova qualcosa che sia detto affermativamente in modo assoluto a riguardo di ogni ente all'infuori della sua essenza, secondo la quale si dice che esso è, e così viene imposto il nome di "cosa" (res), il quale differisce da "ente", secondo Avicenna, per il fatto che "ente" viene preso dall'atto di essere mentre "cosa" esprime la quiddità o l'essenza dell'ente; la negazione poi che consegue a ogni ente in modo assoluto è l'indivisione, la quale viene espressa dal nome "uno" (unum): infatti l'uno non è altro che l'ente indiviso. Se invece il modo dell'ente è preso per ordine ad altro, allora o si ha la divisione di una cosa dall'altra e ciò è espresso dal nome "qualcosa" (aliquid): si dice infatti aliquid nel senso di aliud quid, cioè di "un altro qualcosa", per cui come l'ente si dice "uno" in quanto è indiviso in sé, così si dice "qualcosa" in quanto è diviso dagli altri; oppure si ha la convenienza di un ente con un altro, e ciò non può aversi se non si prende qualcosa che per natura sua conviene con ogni ente: e ciò è l'anima la quale "in certo qual modo è tutte le cose", come è detto nel De anima; ma nell'anima vi è la potenza conoscitiva e quella appetitiva: e così la convenienza dell'ente con l'appetito è espressa dalla parola "buono" (bonum), per cui al principio dell'Etica è detto che "il bene è ciò che tutte le cose appetiscono", mentre la convenienza dell'ente con l'intelletto viene espressa dal nome "vero" (verum).
Ma ogni conoscenza si compie attraverso l'assimilazione del conoscente alla cosa conosciuta, così che l'assimilazione è detta causa della conoscenza, come la vista, per il fatto di essere disposta secondo la specie del colore, conosce il colore: la prima comparazione dell'ente all'intelletto è dunque che l'ente concordi con l'intelletto, la quale concordanza è detta "adeguazione della cosa e dell'intelletto", e in ciò formalmente si compie la definizione di "vero". Questo è dunque ciò che il vero aggiunge sopra l'ente: la conformità, cioè l'adeguazione, della cosa e dell'intelletto, alla quale conformità, come si è detto, segue la conoscenza della cosa: così dunque l'entità della cosa precede la nozione della verità, ma la conoscenza è un certo effetto della verità. In base a ciò si trovano tre definizioni del vero o della verità. La prima riguarda ciò che precede la nozione di verità e in cui il vero si fonda, e così Agostino dice che "il vero è ciò che è", e Avicenna che "la verità di qualsiasi cosa è la proprietà del suo essere che le è stato assegnato", e alcuni che "il vero è l'indivisione dell'essere e di ciò che è". Il secondo tipo di definizione è dato in base a ciò in cui formalmente si compie la definizione di vero, e così Ysaac [Israeli] dice che"la verità è l'adeguazione della cosa e dell'intelletto", e Anselmo che  "la verità è la rettitudine percettibile della sola mente" - infatti questa rettitudine si dice secondo una certa quale adeguazione -; e il Filosofo dice che definiamo il vero quando diciamo che è ciò che è o che non è ciò che non è. Il terzo tipo di definizione è dato in base all'effetto conseguente, e così Ilario dice che "il vero è dichiarativo e manifestativo dell'essere", e Agostino che "la verità è ciò mediante cui si mostra ciò che è" e ancora che "la verità è ciò in base a cui giudichiamo degli inferiori".

Pubblicato il 25/1/2012 alle 11.15 nella rubrica diario.

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