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Leone XIII, la Aeternis Patris ed il rilancio del tomismo.



La figura di Leone XIII è senz'altro una delle più titaniche della storia della Chiesa e, specialmente della Chiesa dell' Otto e Novecento, senza di cui sarebbero probabilmente impensabili quelle di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Leone XIII, al secolo Gioacchino Pecci, è, finalmente!, il primo vero Papa e non più un Papa-Re come il suo predecessore Pio IX. Il 20 settembre 1870, otto anni prima della sua ascesa al soglio pontificio, reggente Pio IX, c'era stata infatti la "breccia di Porta Pia"; il 2 ottobre un plebiscito aveva annesso Roma all'Italia; il 13 maggio 1871 la legge delle guarentigie faceva proprio il principio di ispirazione cavouriana della libera Chiesa in libero Stato. Era finito per sempre il tempo del Papa-Re e del potere temporale della Chiesa inaugurato ancora ai tempi dell'impero romano con l' "editto di Costantino", oggi riconosciuto come un falso dei più infausti per la stessa Chiesa anche da autorevoli personalità del mondo ecclesiastico tra cui Giovanni Paolo II. Pio IX, da autentico ultimo Papa-Re, valutò i fatti quale attacco alla sua figura e persona, al suo prestigio ed al suo ruolo e promulgò l'estremamente infausto per gli stessi cattolici editto "non expedit" con il quale si interdiceva ad essi la partecipazione sia attiva che passiva alla vita politica. Nel 1878, dunque, ascende al soglio pontificio un uomo nuovo, che per la sua diversità era stato confinato a Perugia, e, soprattutto un Papa nuovo, che trova avanti a sé dei compiti ardui ed immensi: pilotare la Chiesa nel mondo nuovo della modernità e, al tempo stesso, costruire una Chiesa nuova, non più connotata dal potere temporale. Un compito insieme spirituale, culturale, politico e diplomatico praticamente senza precedenti, specie se si considerano anche le posizioni di grande impasse cui il suo predecessore aveva portato. Oggi, ex post, si può dire che assai difficilmente si sarebbe potuto fare più o meglio di quello che questo grandissimo pontefice riuscì ad attuare. Leone XIII riesce grazie, anzitutto alla sua immensa spiritualità dalla quale trae la sua forza: la devozione al Sacro Cuore, cui nel 1899 consacra "il Mondo intero", e la devozione mariana. In una visione mistica gli fu dato di vedere il "Nemico" e la sua "azione", da essa originò la sua celeberrima invocazione a S. Michele Arcangelo: "S. Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu Capo della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio incatena nell'inferno satana e gli altri spiriti maligni che si aggirano per il mondo per perdere le anime". La visione dovette essere terrificante perché ordinò che l'invocazione fosse fatta regolarmente al termine della Santa Messa. La sua formazione culturale, politica e diplomatica è anch'essa di primissimo livello. E' uno di quegli Spiriti grandi cui è data non solo la capacità di una piena coscienza del proprio tempo, ma anche quella di collocarsi oltre essi. Già prima dell'assunzione del pontificato è stato uno dei pochi a ben intravedere che il potere temporale per la Chiesa e per lo stesso papato fosse un nocumento assai più che una utilità e che, comunque, l'era del potere temporale della Chiesa era finito per sempre. Similmente era conscio che non si potesse affrontare un'era di così rapide e profonde trasformazioni quale la sua - e si potrebbe aggiungere la nostra - semplicemente negando e contrastando, difendendo il mantenimento di uno status quo socialmente culturalmente e scientificamente superato. Così il papato può uscire dalle posizioni di chiusura al mondo, alla scienza, al sociale e di arroccamento su posizioni di "martire" del mondo su cui aveva portato Pio IX ed aprirsi invece proprio al mondo, alla scienza, al sociale. Nasce un orientamento totalmente nuovo della Chiesa in cui l'annuncio evangelico riacquista con forza il suo splendore originario, quello di ns. Signore Gesù Cristo. Esso si estrinseca sul piano sociale con un testo che per allora poteva probabilmente classificarsi nella categoria dell'inaudito: la "Rerum Novarum". E' il testo che la Chiesa di oggi vede come istitutivo dell'inizio della sua dottrina sociale. In essa la Chiesa, per la prima volta si confronta con tematiche che erano considerate estranee alla fede, quali quella del giusto salario, delle condizioni del lavoro, del diritto degli operai ad organizzarsi, del dovere dei padroni di assicurare ai lavoratori condizioni di lavoro e di sostentamento adeguate alla dignità della persona e al diritto di vita della famiglia. Sempre sul piano sociale Leone XIII è fermo nella condanna della massoneria, del liberalismo e del marxismo. Sul piano culturale il suo lascito è egualmente fondamentale: la "Aeterni Patris". L'enciclica è del 1879, un anno appena dall'ascesa al pontificato, ed essa apre ad un orizzonte tradizionale eppure al tempo stesso radicalmente nuovo per quanto concerne la visione della fede, della ragione, della cultura, del mondo. Esso può essere anche considerato l'orizzonte, o anche il seme in cui e da cui originerà, nel 1891, la Rerum Novarum. Nella Aeterni Patris la Chiesa desidera confrontarsi prima che con la scienza, con quella realtà a partire dalla quale l'uomo si volge alla scienza, ossia a partire da una mentalità, da una visione del mondo: a partire dalla propria filosofia. Proprio per questo essa precede le altre scienze: "Se qualcuno medita sull’acerbità dei nostri tempi e comprende bene la ragione di ciò che in pubblico e in privato si va operando, scoprirà certamente che la vera causa dei mali che ci affliggono e di quelli che ci sovrastano è riposta nelle prave dottrine, che intorno alle cose divine ed umane uscirono dapprima dalle scuole dei filosofi, e si insinuarono poi in tutti gli ordini della società, accolte con il generale consenso di moltissimi. Infatti, essendo insito da natura nell’uomo che egli nell’operare segua la ragione, se l’intelletto pecca in qualche cosa, facilmente fallisce anche la volontà; così accade che le erronee opinioni, le quali hanno sede nell’intelletto, influiscano nelle azioni umane e le pervertano. Al contrario, se la mente degli uomini sarà sana e poggerà sopra solidi e veri principi, allora frutterà sicuramente larga copia di benefici a vantaggio pubblico e privato.(...) Dunque l’ordine della stessa Provvidenza divina richiede che, per ricondurre i popoli alla fede ed alla salute, si domandi aiuto anche alla scienza umana;" Il confronto con la filosofia contemporanea è dunque prioritario ed in questo - come in molte altre cose - la Aeterni Patres sarà ripresa anche, purtroppo, senza citarla, oltre un secolo dopo, il 14 settembre 1998 dalla "Fides et Ratio" di Giovanni Paolo II a testimonianza della immensa modernità di vedute di Papa Leone XIII. Uno stesso riferimento è, ad es. quello della "Dei Filius" del Concilio Vaticano I : "Esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il loro oggetto: per il loro principio, perché nell'uno conosciamo con la ragione naturale, nell'altro con la fede divina; per l'oggetto, perché oltre le verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di vedere i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono rivelati dall'alto."(Conc. Vat. I, Dei Filius, ripresa anche in Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 59). Per l'armonizzazione di questi due principi la Aeterni Patres, come del resto oltre un secolo dopo farà la Fides et Ratio, considerano che se rettamente condotte fede e ragione necessariamente armonizzano, ma rifacendosi a Sant'Agostino: "se la ragione che si porta è contro l’autorità della divina Scrittura, per guanto sia acuta, essa inganna sotto apparenza di verità, perché è impossibile che sia vera". La fede dunque precede la ragione specie per quanto concerne la rivelazione. Posto questo quadro però la ragione ha una funzione primaria proprio in funzione ordinativa della stessa teologia, in funzione esplicativa e diffusiva. La Aeterni Patres sviluppa il piano di questo rapporto più nell'orizzonte della sua evoluzione storica, mentre la Fides et Ratio la approfondirà soprattutto sul piano teologico filosofico dedicando due ampi capitoli alla connotazione del "credo ut intellegam" e del "itellego ut credam", ma, invero, l'enciclica di Papa Leone già le implicava. Sono perciò ribadite le posizioni già tenute tanto da Sant'Agostino quanto, soprattutto, quelle di San Tommaso d'Aquino le quali fruiscono di tutto il grande lavorio e l'arricchimento di studio e conoscenza portato dai secoli successivi: "Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, "perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti" . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica." La concezione della fede e della ragione ed il loro rapporto raggiungono dunque in San Tommaso d'Aquino un vertice che, anche per la sua purezza ne fa un riferimento assolutamente attuale, dal quale il cristiano può ancora oggi confrontarsi correttamente con il pensiero e la cultura del mondo, come già fece a suo tempo lo stesso aquinate. Si delinea così un orizzonte di pensiero, filosofico e culturale il quale è riferimento precipuo anche per quello sociale: "Anche la società familiare e quella civile, le quali a causa di perverse ed esiziali dottrine si trovano esposte, come tutti vediamo, al più grave pericolo, se ne starebbero certamente più tranquille e più sicure se nelle Accademie e nelle scuole s’insegnasse una dottrina più sana e più conforme al magistero della Chiesa, quale appunto è contenuta nei volumi di Tommaso d’Aquino. Infatti, quello che Tommaso insegna circa la vera natura della libertà, che va oggidì tramutandosi in licenza, circa la divina origine di ogni autorità, circa le leggi e la loro forza, circa la paterna e giusta sovranità dei Principi, circa l’obbedienza dovuta ai più alti poteri, circa la mutua carità fra gli uomini, queste ed altre simili dottrine hanno una forza grandissima e invincibile per rovesciare quei principi del nuovo diritto, che si conoscono perniciosi alla tranquillità dell’ordine sociale ed alla pubblica salute." E' rilanciato così un orizzonte vastissimo, un modo di vedere Dio, il Mondo, l'Uomo che a dispetto del tempo, resta attualissimo sia perché suo riferimento è la Verità sia divina che umana, sia per l'insuperata attualità della figura di San Tommaso d'Aquino, cosmopolita aperto, uomo appartenente a più culture, abituato a confrontarsi con l' "Altro", anche con il credente di altre religioni, quali l' Ebraica o l' Islam. A questa enciclica la filosofia del Novecento, non solo cristiana, ma anche laica o atea debbono tantissimo. Non sarebbero concepibili non solo le figure dei più insigni tomisti quali Jacques Maritain ed Etienne Gilson o anche il nostro Cornelio Fabro, ma neppure quelle di Edith Stein o di Giovanni Paolo II. Non lo sarebbe neppure quella dello stesso Jean Paul Sartre il quale riprende da San Tommaso il concetto di "habitus" che chiama qualité. Dunque neppure la più importante corrente filosofica del Novecento, quella fenomenologico-esistenzialista sarebbe stata, neppure nella sua ramificazione atea, quella che è stata e che oggi conosciamo. La stessa teologia di oggi sarebbe altra e, forse, la stessa Fides et Ratio non ci sarebbe mai stata. Il rapporto tra fede e ragione che ha costruito la cultura più significativa del Novecento, che ha costruito con credenti e non credenti l' "Umanesimo" del Novecento, non sarebbe stato o perlomeno non avrebbe avuto la connotazione che ha portato sia alla Filosofia, sia alla Teologia di oggi.
francesco latteri scholten.


Pubblicato il 8/11/2011 alle 19.35 nella rubrica diario.

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