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“Paolo di Tarso: da apostolo della legge ad apostolo di Dio presso i gentili.”

E’ la “via di Damasco” della nostra vita, l’esperienza cantata dal poeta, del ritrovarsi: … per una selva oscura che la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben dir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.
L’apostolo della legge percorse quella via ormai duemila anni fa. La percorse in modo “forte”, come suo solito per ogni cosa. La sua legge: un diritto positivo - come tanti -, fermamente e determinatamente positivo, che dice di rifarsi a Dio - di nuovo, come tanti - ma il cui rifacimento è solo strumentale al proprio positivismo. Un positivismo estraneo ad ogni carità, estraneo alla naturalità dell’uomo creatura di Dio, un positivismo così forte da vedere nella osservanza della propria positività la prova del proprio culto a Dio. In forza di questa positività, Stefano, la cui carità la metteva in discussione, era da poco stato lapidato, non solo, non primo. Aveva detto di condividere la sua lapidazione, intanto però si era limitato a reggere i mantelli di quelli che l’avevano eseguita. Forse un segno. Forse l’apostolato a questa legge non era poi così forte o cominciava a non esserlo più. Forse. Forse ci si cominciava ad interrogare ad un livello superiore sulla legge e sulla sua realtà, su quale velleità di legge potesse avere un diritto per molti aspetti non concorde alla natura umana, nei confronti degl’uomini. Forse invece era solo - come ci dice S. Luca negli “Atti degli Apostoli” - il sole d’estate che nel deserto picchia ancora più forte di quanto sia suo solito: Saulo, Saulo perché mi perseguiti? Certo è che dopo quell’esperienza cambia. Cambia la concezione di sé, degl’altri, del mondo, cambia soprattutto la concezione di Dio. Cambia allora necessariamente la concezione della legge. Dio non è più strumento di una legge positiva che serve di fatto agl’uomini per assoggettare gl’altri. Dio è Carità. E’ quella carità ch’è così grande da venire incontro all’uomo anche quando per i suoi eccessi è andato contro Dio e contro la sua legge, che non è - non più neppure agl’occhi ormai di Paolo - un’imposizione, uno ius quia iussum, ma semplicemente la commisurazione dell’uomo a sé stesso, alla propria natura che Dio gl’ha dato creandolo. E’ quanto lì gl’aveva mostrato Gesù, da allora suo “Duca” e: Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d’alcun riposo, salimmo su, el primo ed io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle. E, la visione di quelle stelle è riflessa in una delle prose più belle di San Paolo, prosa che diviene lirica, l’ Inno alla carità: Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante. Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi la carità, non mi gioverebbe a nulla. La carità è paziente, è benigna la carità; la carità non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità; tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie scompariranno;
il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà; conosciamo infatti imperfettamente, e imperfettamente profetizziamo; ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Da quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse è la carità.
(S. Paolo - dalla I° lettera ai Corinzi 13,1)
francesco latteri scholten

Pubblicato il 13/2/2010 alle 11.57 nella rubrica diario.

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