Blog: http://SanTommasodAquino.ilcannocchiale.it

Due grandi rivoluzionari della storia del pensiero a confronto: S. Tommaso d’Aquino e Jean Paul Sartre.

Spesso - quasi sempre - si cita l’aquinate come tipica figura del conservatorismo più reazionario. E’ una immagine che ci è propinata a gran torto. La figura del filosofo medievale è invece, se la si rapporta con le realtà tanto socio economico culturali, quanto con quelle reali esistenziali, una figura di grande rivoluzionario, la quale presenta molte similitudini sia esistenziali che di pensiero con quella del filosofo francese del Novecento. In un’epoca profondamente connotata dal feudalesimo, il figlio del conte d’Aquino, cugino dell’imperatore tedesco di allora, entra in un ordine mendicante, è sequestrato dai familiari che a questa scelta si oppongono, ma riesce a fuggire. Si reca a Colonia, dove diventa discepolo del grande Alberto, un professore di teologia, che in un’epoca in cui l’Occidente ha ormai dimenticato Aristotele - e non solo lui, sic! - studia, in barba al divieto della Chiesa, Aristotele, e lo studia e lo restituisce all’Occidente grazie ai testi avuti dagl’arabi che sono presenti in Europa con la loro dominazione della Spagna. L’incontro con la cultura arabo-islamica e tramite questa con quella greca apre una nuova visione del mondo e di Dio, apre una nuova “Weltanschaung” ed una nuova teologia, di contro a quella precedente costruita interamente ed esclusivamente su Platone. Lo squarcio è enorme e dirompente, al punto che diversi che pure ne colgono le prospettive, sentono la necessità di mediare con le precedenti visioni, un nome per tutti: S. Bonaventura. Una delle differenze teologiche, ma anche filosofiche fondamentali: a differenza di S. Agostino che - rifacendosi a Platone - ammetteva e con lui la teologia successiva l’idea di Dio come intrinseca al soggetto, S. Tommaso, senza aspettare Locke ed il suo “no innate ideas”, non ammette l’idea innata di Dio, ma cinque vie tramite le quali l’uomo, nella sua condizione di vita terrena può giungere alla conoscenza dell’esistenza di Dio. E’ la razionalità a conferire all’uomo la sua dignità, ma non si tratta di un razionalismo estremistico, bensì temperato, l’uomo infatti ha coscienza di essere soggetto strutturalmente non autofondante. Ha coscienza di non essere e di non poter essere fondamento a sé stesso, ha coscienza del suo limite, così come delle sue potenzialità. E’ una concezione da subito combattuta aspramente dai reazionari dell’epoca, i quali con tutti i mezzi ad essa si oppongono, specie al suo insegnamento ed all’insegnamento in genere quale lo concepiva ad es. S. Tommaso ed i suoi. Tommaso, frate in un ordine di frati mendicanti, a servizio dei poveri e della gente comune, in lotta, con gli studenti, per un’università più libera e più aperta a tutti e proprio per questo più impegnativa seria, scientifica, in una parola: più università. Di questo “modus” ci rimane una testimonianza importante nelle “Quaestio”, esse ci danno un esempio bellissimo di quella che era allora la lezione universitaria. Il “Baccelliere” - un’assistente del professore o “Magister” - introduceva l’argomento, poi venivano illustrate e dibattute tanto le tesi a favore quanto quelle contrarie, quindi il “Magister” dava il “responsio” rispondendo a tutto. In confronto sono le lezioni universitarie di oggi con il “Professore” che è “one single man orchestra” che “lui se la canta e lui se la suona” ad essere quanto di più antiquato si possa concepire. Comunque, già all’epoca le ostilità furono tante e tali che per consentire l’insegnamento a S.Tommaso dovette intervenire il Papa in persona.

 
 Sono aspetti peculiari che hanno distinto, mutatis mutandis, anche l’azione ed il pensiero di Jean Paul Sartre. Anche qui troviamo l’impegno per i più deboli scaturente dalla presa di distanza da una concezione dell’uomo e della società obsolete ed oppressive, l’impegno per la libertà, contro una concezione intellettuale che nella maggior parte dei casi era quella che partorirà il nazifascismo. L’impegno parte da riferimenti intellettualmente totalmente nuovi, soprattutto Husserl - cui faranno riferimento anche Edith Stein, Martin Heidegger, Karl Rahner, Karol Woytila - ma anche Sigmund Freud. Anche qui la lotta è subito forte, diventa aspra con la presa di potere delle concezioni totalitaristiche più antiumane che l’intera storia dell’umanità ricordi: il nazifascismo. Per Sartre ciò significherà l’essere messo alle armi e poi l’essere mandato in campo di concentramento. Qui sarà internato con dei padri Gesuiti. L’influsso di S. Ignazio di Loyola sulla filosofia è stato sempre assai grande, già ad es. sulle “Meditazioni metafisiche” di Cartesio, su Heidegger, che avrà però la rivincita perché suo discepolo sarà Karl Rahner che poi Papa Giovanni XXIII chiamerà a coadiuvare i lavori teologici del Concilio Vaticano II. Lo è stato anche su Jean Paul Sartre, al quale i padri in campo di concentramento, conoscendo la sua passione per il teatro si rivolgeranno per comporre un’opera teatrale sulla natività da rappresentare in occasione del Natale. Ne scaturisce “Bariona”, il figlio del tuono, la più bella opera sulla natività di tutto il Novecento. Sartre continua al tempo stesso le sue riflessioni filosofiche che confluiranno ne “L’essere e il nulla”, forse la più importante, ma senz’altro la più bella opera filosofica che il pensiero del Novecento abbia saputo concepire. La concezione di fondo è qui quella al tempo affascinantemente moderna, scaturente dalle fonti di cui prima, ma al tempo stesso stupendamente “classica” dell’uomo, che è, ancora e di nuovo, l’essere che non è né può essere fondamento a sé stesso. E’ quello che già aveva detto Tommaso. Non c’è “hybris” nel pensiero di Sartre, l’uomo non vuole mettersi al posto di Dio, l’uomo sa di non essere Dio né di poterlo mai essere, né vuole esserlo, ma ha l’anelito alla trascendenza. Nel suo essere nel mondo l’uomo è connotato dalla “qualité”, ma questa altro non è che un nome nuovo e più moderno per quella che già S.Tommaso chiamava “habitus”. Ne scaturisce una concezione della morale - nei “Cahiers pour une morale che usciranno postumi - che sarà in assoluto tra le varie filosofie del Novecento, quella più vicina a quella dell’aquinate. Il problema di fondo di tutta la filosofia di Sartre, in particolare dei Cahiers, sospesi nel 1948 proprio per non essere riuscito alla risoluzione, è sostanzialmente quello di una stessa affermazione, quella di Tommaso, che l'uomo è l'essere che non è e non può essere fondamento a sè stesso, riportata in un sistema diverso. La struttura dell’uomo è tale che egli non può porsi a proprio fondamento; di più, per sua stessa natura gli è impossibile la comprensione di un essere che possa porsi quale fondamento di sé; d’altra parte l’uomo, per sua natura, anela a questo fondamento più che ad ogni altra cosa. L’anelito a Dio di Agostino. Jean Paul Sartre si ferma qui. Qui si ferma la filosofia. Qui non si ferma Tommaso , uomo di grande fede sin da bambino, ma prosegue proprio con la sua fede, guardando alla Rivelazione. Jean Paul non riesce in questo passo, si ferma, se avesse continuato avrebbe fatto teologia. Se ci fermiamo qui con Jean Paul, allora l’uomo è colui che non può darsi un fondamento né concepire un essere che possa farlo (l‘uomo non può vedere Dio), ma che tende, che anela più di ogni altra cosa, proprio a ciò, l’uomo è la passione a questo, una passione infinita e destinata a restare eternamente tale perciò “una passione inutile”, perché propria della sua struttura, l’uomo stesso è questa passione. L’uomo è “una passione inutile”. Un “Dio mancato“. Ma il Dio mancato è fuori dal peccato dell’angelo, dalla superbia di voler essere o farsi Dio. Non vuole essere ciò che non è, né farsi ciò che non è. Vuole essere solo ciò che è. Sa di essere ciò che è. Ne è cosciente. E’ questo il suo esistere. E’ malinconia. Ma questa stessa struttura dell’uomo è ciò che implica per sé stessa la libertà e la responsabilità e quindi la morale. E’ la conclusione de “L’Etre et le Nèant” ed insieme il volgere alla sua prosecuzione ideale: i “Cahiers pour une morale”. Da credente, ritengo sia uno degli aspetti fondamentali della filosofia di Jean Paul. La libertà e, aggiungo, la gratuità è la conditio sine qua non, l’implicazione più radicale, dell’amore: l’amore impossibilmente è coercizione, la libertà e la gratuità sono ciò che gli è radicalmente intrinseco. La libertà è il fondamento del rapporto d’amore con Dio ed il prossimo. E’ quanto considera anche la Chiesa, la quale pone la libertà come condizione imprescindibile di tutti i sacramenti, e sancisce, in difetto di essa, la nullità degli stessi. Un sacramento è un atto d’amore, la sua consacrazione. "Per Sartre, ateo, anche se fu sul punto di convertirsi, il problema della libertà non è - ovviamente - quello del rapporto con Dio, ma quello del rapporto con l' "altro": Per quanto riguarda il nucleo dei Quaderni (...) il problema che Sartre deve affrontare è quello di coniugare l' Altro con la libertà. (...) Per Sartre non vi è possibilità ontologica di una coscienza senza oggetto e perciò nemmeno di una morale astratta. Ogni situazione costruisce una coscienza e, nello stesso tempo, dà luogo a una morale. La proposta morale dovrà nascere dalla prassi sociale d'una coscienza individuale. Qui il valore supremo è la generosità definita : 1) a livello della storia come l'accettazione della deviazione del progetto individuale; (...) 2) A livello interpersonale come una specie di salvataggio ontologico della fatticità dell'altro. Amare è incorporare le dimensioni meno significative dell'altro. Ed è credere nella finitudine contingente dell'altro come essere nel mondo, rispetto al quale anche il soggetto assume la propria intrascendibile finitudine. Per evitare una concezione di tipo individualistico dell'uomo, a favore invece d'una proposta centrata sulla dimensione storico-sociale "aperta" dell'uomo stesso, Sartre introdurrà poi la nozione di "conversione". Già nelle prime pagine dei Quaderni egli identifica la moralità con la conversione, scrivendo: "la moralità è conversione permanente." Ma questo movimento non deve essere inteso soltanto in modo individuale: non ci sarà conversione se non vi è, insieme, una conversione storica, in quanto il superamento delle condizioni date implica non solo un cambiamento di sè, ma anche un cambiamento del mondo. La conversione personale acquista così il proprio senso solo nella dialettica della storia. La posizione di Sartre è poi ancora parallela a quella di Tommaso: L’uomo - che non può porsi come Dio, né, per sua natura può, in questa condizione di viatore conoscere Dio - proprio per questa sua natura è tale da implicare una legge, da averla inscritta proprio in questa natura: è quello che Tommaso chiama diritto naturale. Jean Paul, come Tommaso, si distacca dal relativismo etico.Se ci fermiamo con Sartre, otteniamo anche la stessa spiegazione dei teologi circa la tentazione di Satana all’uomo: questi infatti l’avrebbe tentato circa la sua passione intrinseca - la sua “passione inutile” - il suo fondamento, sapendo che l’uomo per sua natura non poteva darsene e che perciò porgliene uno equivaleva ad alienare l’uomo a sé stesso ed a Dio. La vera divergenza tra Tommaso e Sartre - ed è il vero problema per Sartre - è che l'affermazione che l'uomo sia l'essere che non è e non può essere fondamento a sè stesso, in Tommaso è fatta nel suo sistema, un sistema a tre termini: Dio, uomo, mondo; in Sartre la stessa affermazione è fatta nel proprio sistema che è a due termini: uomo, mondo. In Tommaso quest'affermazione non pone alcun problema per la morale, perchè questa nel suo sistema è fondata in Dio: è Dio che si rivela all'uomo e che rivelandosi rivela anche e contemporaneamente l'uomo all'uomo, è Dio che dà i comandamenti all'uomo, è Dio che si incarna per indicare all'uomo una via umana di salvezza. Ma Dio è per definizione l'essere che è fondamento a sè stesso. In Sartre l'essere che è fondamento a sè stesso non c'è; d'altra parte però è con l'uomo, l'essere che non è e non può essere fondamento a sè stesso che vengono all'essere i valori. E questa è qui una posizione pluriaporetica. Infatti vengono all'essere con l'uomo valori che non possono, in ultima analisi, essere fondati nell'uomo perchè questi è l'essere che non è e non può essere fondamento a sè. Se l'uomo potesse essere fondamento a sè - ma èimpossibile e poi sarebbe Dio e non più uomo - si cadrebbe in quell'individualismo che Sartre stesso combatte apertamente. Il ripiegamento nel sociale, al quale egli ricorre nelle Critiques, non è egualmente praticabile perchè, facciamo le osservazioni fatte da lui stesso ...e se la società è quella nazista tedesca del '38 o quella stalinista sovietica dello stesso anno?, saremmo cioè al relativismo, anch'esso combattuto dal nostro. Ecco perchè i Cahiers sono stati interrotti nel '48, spesso ripresi e poi riabbandonati. Il problema non è un problema valoriale, anche in Sartre abbiamo la generosità, l'amore, la solidarietà, la "conversione permanente" etc. Il problema è un problema fondazionale. Ed è questo il problema che Sartre non è riuscito a risolvere. Sartre non prosegue, si ferma qui. Il "qui" è però il qui da cui parte di fatto il "Pensiero debole", anche se questo si è originato da Nietzsche. Si tratta tuttavia di una origine che ha una comunanza con Sartre: "Ciò che mi divide nel modo più profondo dai metafisici è questo: non concedo loro che l' "io" sia ciò che pensa; al contrario, considero l' "io" stesso una costruzione del pensiero, dello stesso valore di "materia", "cosa", "sostanza", "individuo", "scopo", "numero"; quindi solo una finzione regolativa col cui aiuto si introduce, si inventa, in un mondo del divenire, una specie di stabilità e quindi di "conoscibilità". Il credere alla grammatica, al soggeto ed oggetto grammaticale, ai verbi, ha soggiogato finora la metafisica; io insegno ad abiurare questa fede. E' il pensiero che pone l' "io", ma si è finora creduto, come crede il "popolo", che nell' "io penso" ci fosse qualcosa di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero; secondo un'analogia con questa abbiamo "inteso" tutti gli altri rapporti causali. Per quanto consueta e indispensabile questa funzione possa essere, niente dimostra che la sua natura non sia fittizia. Qualcosa può essere condizione di vita e tuttavia falso." (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884 - 1885) C'è però una differenza fondamentale: Sartre si è ripetutamente posto il problema della fondazione, l'ha cioè ripetutamente cercata, tentata, ossia voluta; il "Pensiero debole" di Gianni Vattimo assume come esito del proprio cammino nietzschiano la non fondabilità e la assume come base di partenza di sè: La filosofia, nel suo nocciolo più autentico, da Aristotele sino a Kant, è sapere della fondazione, sapere primo. La filosofia con Aristotele pretendeva di conoscere lo strato primo dell'essere e con Kant i modi universali e fissi del conoscere. Ebbene, dopo Nietzsche ed Heidegger è svanita l'idea della filosofia come sapere fondazionale. La filosofia, il "Sapere", non ha - nè può più avere - la connotazione della fondazione e perciò il "Pensiero" non può più rifarsi ad essa, perciò non è più "forte" ossia fondazionale, ma, appunto, è "Pensiero debole". Dunque quella fondazione alla quale il pensiero moderno ha guardato sin dal suo sorgere con Cartesio, cui ha sempre anelato, si guardi alla cosìddetta rivoluzione copernicana di Kant - che indicava nel soggetto quei principi o categorie che erano supposti nel mondo, già negata da Freud - è dimostrata come impossibile: impossibilmente il soggetto può essere fondamento a sè stesso. La verità proclamata dalla Bibbia, rienunciata da Tommaso, dimostrata da Sartre, che l'uomo è l'essere che strutturalmente non è e non può essere fondamento a sè stesso è ora definitivamente inconfutabile. Si apre allora per la filosofia un'epoca nuova connotabile come successiva o posteriore alla modernità, l'epoca nella quale la strutturazione dell'uomo così come l'ha auspicata la modernità, e sul cui auspicio essa ha costruito tutte le sue concezioni non solo inerenti il soggetto ma anche la società, la politica, l'economia, le scienze etc. non è - ormai - più sostenibile. E' un'epoca definibile dunque come posteriore alla modernità, ossia, appunto come Postmoderna. Si apre qui allora una problematica in realtà già presente in Tommaso, ma da lui data alquanto per scontata perchè implicita nella sua concezione: Se l'uomo è l'essere che non è nè può essere strutturalmente fondamento a sè stesso, esso è necessariamente rinviato per quanto concerne la fondazionalità a quell'essere che è - per definizione - strutturalmente fondamento a sè: Dio. La conseguenza per Tommaso è che la filosofia è ancilla theologiae. Si aprono qui una serie di grosse problematiche. Se la filosofia è ancilla theologiae nel senso che essa è rimandata per la sua fondazionalità alla teologia, allora essa è ridotta ad una semplice esplicativa della teologia, il filosofo cioè filosoferebbe e potrebbe filosofare solo a partire da una fondazionalità teologica, ossia da una religione. Saremmo dunque ad una nuova epoca teologica. Questo però è in stridente contrasto sia con la nascita della filosofia, sia - fatta la debita eccezione della patristica e della scolastica - con la sua storia. La filosofia nasce infatti atea. Il mitico Talete e con lui tutti i primi filosofi, si affacciano a mirare l'universo, la società, l'uomo, non partendo dalla concezione religiosa del suo tempo e della sua società, ma prescindendo da questa. Non si guarda più al fulmine come scagliato da Zeus, ma si guarda al fulmine per cercare di intuirne il perchè, si guarda al mondo alla ricerca dei suoi principi. La filosofia nasce nel momento in cui si guarda al dato esperienziale alla ricerca dei principi del reale, prescindendo dalla concezione religiosa. Anche i due grandissimi della filosofia classica, Platone ed Aristotele, non fanno eccezione, l'idea è per Platone un principio del reale, e la stessa concezione della unitrinitarietà di Dio nel Parmenide, poi ripresa dai padri della chiesa, è dettata dalla numerologia pitagorica, che si rifaceva al dato esperienziale, si veda anche in Platone la celeberrima questione dell'unimolteplicità del reale, l'uno è non solo numero ma anche principio, come il due...; Aristotele parte anch'egli dalla ricerca dei principi primi e delle cause, per lui la filosofia è appunto la ricerca di queste. Entrambi prescindono dalla concezione religiosa propria del loro tempo e della loro società, che dichiarano empia e dalla quale il loro predecessore Socrate fu dichiarato appunto empio e perciò condannato a morte. Il Dio di Platone e di Aristotele, non è un Dio di una qualche religione, è semmai un Dio che nega la divinità, ossia l'essere Dio degli dèi di tutte le religioni dell'epoca, è un Dio che nega la divinità di Zeus, e la nega soprattutto anche sul piano morale: sono dèi che fanno ciò che anche presso gl'uomini è definibile solo come vergognoso, dunque è impossibile che siano dèi. L'identificazione del Logos greco con il Dio di una religione non è opera di alcun filosofo, essa ci è data da un credente, l'evangelista Giovanni, nel celebre prologo del suo vangelo, sarà ripresa da Agostino, che vi giungerà al termine del proprio cammino nelle Confessioni, ma anche qui è la fede a porre l'identificazione. La filosofia dunque sin dalla nascita e fino al suo primo periodo aureo, si configura come ricerca delle cause e dei principi primi a partire dal dato esperienziale ed a prescindere dall'elemento religioso - rivelativo. Ora, con la fine della modernità - cioè di una fondazionalità del soggetto - o si ripone questa in Dio e perciò nella teologia e con ciò stesso si riduce la filosofia solo ad una esplicitazione e perciò anche ermeneutica ed esegesi della teologia e della religione, o la si ripone nel mondo, ossia nella materialità e oggettualità e perciò si resta solo con una fisica. Queste due alternative sono la scrittura del certificato di morte della Filosofia. C'è un'altra alternativa: quella di porre come dato di fatto - che appartiene come dato acquisito alla filosofia - che il soggetto che fa filosofia e che è esso stesso anche oggetto della filosofia, l'uomo, è un essere che non ha e non può avere fondamento in sè stesso. Siamo qui allora in pieno Pensiero debole. Qui si pone la problematicità del rapporto tra filosofia e teologia. L'enunciato è lo stesso, è condiviso da entrambe, di nuovo: l'uomo è l'essere che non è nè può essere fondamento di sè stesso, enunciato condiviso da Sartre, dalla Stein e da Tommaso. Diversa è però la collocazione di quest'enunciato. La teologia lo colloca in un sistema a tre termini Dio, uomo, mondo, in cui l'elemento fondazionele è il Dio della religione. La filosofia lo colloca in un sistema che può essere tanto a tre termini - Dio, uomo, mondo come in Platone o Aristotele, ma dove Dio non è un Dio della religione, non è un Dio personale, ma è il primo principio o causa, alla quale si giunge partendo da una ricerca esperienziale - quanto a due soli termini - uomo, mondo - come ad es. in Sartre. Per la teologia il problema fondazionale non si è mai posto, perchè l'elemento fondazionale è Dio. Per la filosofia invece è problema capitale: problema di esistere, di continuare ad esistere, a vivere, di non essere annulata in una riduzione o a mera fisica o a mera teologia. Potere esistere come filosofia a partire da un essere non fondazionale, come filosofia di questo essere che la ha contraddistinta in modo precipuo per tutta la "Modernità", essa è cioè - ora - necessariamente solo "Post Moderna".
francesco latteri scholten
 

Pubblicato il 12/2/2010 alle 22.59 nella rubrica diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web