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"Io fui de li agni de la santa greggia che Domenico mena per cammino u ben s'impingua se non si vaneggia..." Blog di francesco latteri scholten
La lunga via di Agostino al cristianesimo: una nuova traduzione del saggio di Golo Mann.
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2010
 

Ultimogenito di Thomas Mann, Golo Mann è uno dei più importanti esperti di storia del Novecento di lingua tedesca, oltre che noto ed apprezzato saggista.
Metto qui a disposizione dei cannonauti e della rete una nuova traduzione del suo saggio su S.Agostino.
La breve parte introduttiva, forse meno interessante per il lettore di lingua italiana, è riportata per completezza ed aperta e chiusa da due asterischi.

** Diciannovenne Agostino è conquistato dal libro di “un certo Cicerone”, cuiusdam Ciceronis. Fino ad allora non aveva mai sentito parlare del celebre classico, o inscena che così sia. Più o meno in questo modo si vuole qui tentare di trattare delle “Confessioni”; come se non si sapesse nulla della grande figura del Santo, nulla di quanto su di lui ha influito - nella misura in cui non ne fa parola - ; nulla delle connessioni, degl’influssi religiosi, filosofici, politici, letterari esercitati per oltre un millennio e mezzo; nulla della letteratura su di lui, nella qual cosa è facile simulare disconoscenza. La mia copia riporta da un lato il testo originale, a fronte, la traduzione pienamente soddisfacente di Joseph Brnhart. Si legge in tedesco, è più comodo, e si dà un’occhiata al testo latino ogniqualvolta si è particolarmente colpiti da un paragrafo, un detto, una formulazione. Joseph Bernhart non poteva tradurre “Confessiones” altrimenti che con “Bekenntnisse”, sebbene il termine tedesco non renda pienamente quello latino. “Confessiones” sono anche pie, sono confessione e preghiera, cosa che non necessariamente debbono essere delle “Bekenntnisse”.**

Non c’è “libro” nell’accurata opera di S.Agostino, in cui non si dia inizio con il rendimento di grazie e di gloria a Dio, in cui non lo si lodi continuamente, con una scala delle parole al tempo stesso innica e poetica. Rousseau si apre e si rivela agl’altri uomini. Agostino si confessa a Dio. Gl’uomini possono anche ascoltare se vogliono. La loro curiosità è volta alla vita, specie a quella più intima, dei loro concittadini, ma il desiderio di migliorarsi resta infimo. Ma qui si tratta appunto di migliorarsi, di purificarsi, di convertirsi, si tratta di una nuova vita e di come la si guadagni. Dunque nessuna autobiografia, per la quale del resto il vescovo ancora poco più che quarantenne sarebbe stato forse troppo giovane. Meno ancora delle memorie e delle memorabilia, come spesso in uso presso i romani. Nulla che dia adito ad un intrattenimento piacevole. Nessuna descrizione delle città famose allorquando egli le visitò per la prima volta, Cartagine, Roma, Milano; nessun paesaggio. Solo vagamente è tracciata la grande avventura di una traversata per mare. Compaiono uomini, in quantità, e che l’autore li sappia descrivere lo mostra assai bene. Lo dimostra però solo quando essi hanno avuto per la sua vita e per il suo fine salvifico, ancora a lui stesso ignoto, un significato, quando sono stati segno, quando hanno costituito un intralcio, un impedimento, o un aiuto al perseguimento della salvezza. In quest’ultimo caso, volgendosi indietro sa chi glieli ha inviati. Nel primo? Su questo tace. Sarà stato colui, al cui potere egli crede, sebbene non possa trattarsi di una contropotenza paritaria, l’ inimicus, il diavolo. Le descrizioni più belle sono riservate alla madre, Monica, e sono convincenti. Così è pure per i vissuti, le esperienze, gl’episodi e gl’aneddoti, di cui l’opera è ricca: casi di malattia e morte, realtà comportamentali e di costume della gioventù moderna che lo circonda, sogni, coincidenze miracolose e miracolosi - sebbene indiretti - segni. Essi si collocano tutti in una connessione primaria di attuazione della salvezza. Ci sono eccezioni: non racconti, ma osservazioni, analisi profonde di cui all’inizio non si vede come si inseriscano nella connessione primaria. Ma Agostino rende facile al lettore anche ciò che è più difficile. Il suo linguaggio è straordinariamente vicino a quello di Cicerone vissuto quasi cinquecento anni prima. E’ ancora manifestazione di una latinità aurea. Che formulazioni riuscite! Dov’egli, ancora una volta, raccontando del difficile lavorio intellettuale procuratogli dall’interrogativo sulle origini del male, parla delle doglie del cuore partoriente: tormenta partorienti cordis mei. Come nella descrizione della base fondazionale della propria vita spirituale trovi i quadri più veri e più semplici! “Così ho potuto constatare dalla mia propria esperienza, ciò che avevo letto: come la carne sia contro lo spirito e lo spirito contro la carne. Il mio io era in entrambi, ma io ero più in ciò cui acconsentivo che in ciò cui non consentivo.” Come sa giocare con le parole, financo nei momenti più elevati! Che sensazione dolce sia l’essere liberati dalla dolcezza di ogni vanità, e come chi abbia liberato la sua anima da ciò, Questi è egli stesso il più dolce, summa suavitas omni voluptate dulcior… Come lui stesso abbia saputo accelerare il cammino della propria salvezza, ritardarlo, retrocedere, riaccelerarlo, fino all’ultima drammatica crisi ed assoluzione! Uno scrittore eccellente sia al primo che all’ ultimo sguardo. Questo, a rigore, non dovrebbe esserlo, cos’altro è infatti l’arte scritturale se non vanità? Ma dal talento innato, com’anche da ciò che ha appreso da giovane, non riesce a dividersi, è parte di lui e lo sa. Conosce assai bene sé stesso, è penetrato nelle profondità della propria anima con volontà e coraggio; tuttavia sa che vi sono lì strati più profondi che restano a lui occulti, ma non a Colui al quale egli si confessa. Per questo - probabilmente - nella letterutura agostiniana è stato designato più di una volta come il primo degli psicologi del profondo. E così è qualcosa di assai più che mera esteriorità formale s’egli in un epilogo del decimo libro, così come nei successivi tre, si dedica ad un’analisi della capacità della facoltà intellettiva umana. E’ però notevole che proprio qui egli non faccia uso del concetto di subconscio che pure aveva già trovato: ciò che si è dimenticato - così egli ritiene - si è perduto per sempre e non può più essere ritrovato nelle ale immense del pensiero - “aula ingens memoriae meae” - perché non si trova più in esse. Noi ne sappiamo di più. Tuttavia, egli, pur avvezzo allo stupire, deve stupire di fronte all’infinità e molteplicità di ciò che abita lo spazio inestensibile del pensiero; immagini di passate realtà date secondo la sensibilità di tutti i cinque sensi, odori, suoni, colori, immagini di immagini, numeri, misurazioni, leggi così come anche volti o discorsi, ma sensa quella forza che li connotava quand’erano alla luce della realtà, così che il ricordo gioioso può anche stimolare la tristezza, il ricordo del dolore alla gioia. Senza pensiero non c’è “prudentia” né preveggenza, agire razionale, questo lo sa; senza ragione non c’è fede, questo lo sa pure. Si capisce così come nel libro successivo, l’undicesimo, si lasci prendere da un’analisi vertiginosa del concetto di tempo. Gliene dà adito una domanda capziosa dei sofisti, su cosa facesse Dio prima della creazione del mondo; gli stessi sofisti che nel terzo libro gl’avevano chiesto se bisognasse immaginarsi Dio con capelli e denti. (sempre le stesse battute mediocri. Un sofista del Novecento, Ludwig Feuerbach, chiede sfottente ai credenti se Dio sia uomo o donna o ermafrodito, uno dei tre dovrebbe pur esserlo…). La risposta del vescovo è, che prima della creazione del mondo il tempo non c’è, per cui la domanda si riduce a pura blasfemia, senza alcun pur rudimentale senso logico. Ma ciò non gl’impedisce d’insinuarsi più profondamente nel segreto del tempo, appassionatamente, quasi con ostinazione. “Il mio spirito arde a risolvere quest’aggrovigliato enigma. Certo, ci sono il passato, il presente, il futuro. Esistono davvero? Il futuro non è ancora, il passato non è più. E, il presente, quanto dura? Un secolo è troppo lungo. Un anno, un giorno, un’ora, sono anch’essi troppo lunghi. Il secondo, nell’istante stesso in cui è, è già svanito - è la scoperta dell’infinitamente piccolo, del continuo. Cosa dunque esiste? Solo il presente, in tre forme: presenza del passato, nella memoria, presenza del futuro nella previggenza, presenza dell’istante, che continuamente svanisce, nel suo addivenire senza del quale non si dà né passato, né futuro; il tempo fluente dal nulla del futuro attraverso il presente che al tempo stesso è e non è, nel passato che è ormai nulla. Quattordici secoli dopo, un “padre” della chiesa, assai tardo ed assai protestante, Hegel, che conosceva bene Agostino, con una magia ha tratto dalla connessione di essere e non essere il concetto di divenire… Agostino doveva comprendere entrambi, pensiero e tempo. La sua confessione infatti è attuata grazie alla potenza della memoria e tratta del cammino dell’io nel tempo; dal neonato si forma il bambino, poi uno scolaro - brillante anche, non lo nasconde, che purtroppo doveva avere la ventura d’imparare cose atte al danno, e qui c’è la condanna dei sistemi formativi - poi un adolescente discutibile, quindi un giovane che ha imparato a parlare ed a rivoltare le leggi, a che egualmente, diciannovenne, grazie al perduto “Ortensio” di Cicerone è condotto ad una filosofia migliore, per entrare poi, due anni dopo, nei manichei, gente tuttavia più seria, per quanto si giunga poi al dissidio, per passare quindi altri nove anni negl’ambienti spirituali dell’impero decadente, per giungere alfine dove Dio voleva che giungesse, e senza la sua direzione mai vi sarebbe giunto, e della libera volontà, liberum arbitrium, ne è niente. Perché durò così tanto? Agostino, chiaramente, fu uomo di forti passioni, dek genere di quelle che usualmente sono già di per sé sufficientemente forti. Quelle sessuali anche, come spesso capita. Abbisognò delle concubine fin poco prima del santo dramma finale, e, lasciarle definitivamente gli fu assai arduo. Niente di nuovo: sono sempre quelli che maggiormente sono piagati dalla carne che diventano asceti, o, se questa grazia non gli è data, come a Schopenhauer, che predicano l’ascesi. Ma anche il suo spirito è assai più dotato della norma, uso a volare alto, alla speculazione, desideroso del nuovo. L’intravedere e l’intuire lo portano spesso alla delusione, ma sempre anche a nuove speranze. E’ come se eviti, invano ma a lungo, ciò a cui una volontà superiore lo chiama. Giunge ai manichei che non hanno una risposta soddisfacente da dare alla domanda circa il bene ed il male. Quando da lontano giunge un famoso vescovo di questa scuola, questi altro non è che uno spirito appiattito sulle buone maniere, neppure capace delle loro stesse dottrine. Giunge all’astrologia e ci crede finchè un medico erudito di filosofia gli mostra trattarsi di semplice creduloneria. Arriva così alla scuola dei neoplatonici ed in essa impara; Plotino - lo si evince bene - lo avvicina al suo traguardo ed anche la concezione originaria di Dio di Platone non è poi così lontana dalla sua. E’ ovvio che una persona spiritualmente stimolata come il giovane Agostino, si sia sempre di nuovo confrontata con amici altrettali. “Dissidenti” come si direbbe oggi. Una volta è addirittura in procinto di entrare in una “commune”: si vuole mettere assieme ciò che si ha, i ricchi molto, i poveri poco, e liberarsi di tutte le preoccupazioni per potersi dedicare a cose migliori. Non se ne fa niente, le donne “mulierculae” - quelle benestanti? - non ci stanno. E’ solo un esempio, fra tanti del potere oppressivo del possesso. Culmine e termine dell’opera, in quanto racconto, sono l’ottavo ed il non libro: l’imponente figura del vescovo milanese Ambrogio, una personalità volta anche allo Stato giacché l’impero stesso è cristiano, per così dire, la presenza della madre, che aveva raggiunto il figlio, sempre orante per la sua chiarificazione, la lettura dell’epistolario paolino, la visita dell’inviato imperiale Policiano, che narra un episodio degno di riflessione: come due suoi ufficiali a Treviri, presso la Mosella, abbiano deciso di lasciare tutto e darsi all’eremitaggio, con il consenso delle loro spose le quali optarono poi per una scelta analoga. Una storia che porta finalmente alla decisione: “Hai sentito? Degl’ignoranti si fanno su e strappano a sé il cielo, e noi, nella nostra saggezza scolastica senza cuore, ci rotoliamo nella carne e nel sangue!” Infine l’ultimissima crisi, per quanto in ciò possa esservi un “ultimissimo”, solitaria nel giardino, l’enigmatica voce di un bambino là presso: “Prendi e leggi, prendi e leggi!” In risposta a cui prende l’epistolario paolino, apre a caso e trova ciò che voleva trovare: “… volgetevi al Signore Gesù Cristo e lasciate la carne nelle sue voluttà“. Ora la decisione al battesimo e le dimissioni dall’insegnamento. Può fare tutto questo con discrezione ed insegnare ancora nelle settimane seguenti, il semestre invernale, tanto, volge ormai al termine. Poi il battesimo. Poi ad Ostia, dove attende l’imbarco, la morte della madre, una morte cristiana, se mai ve ne fu una. Così vuole esserlo anche il figlio e perciò non dovrebbe piangere, ma lo fa egualmente perché, nonostante tutto è rimasto un uomo. E’ proprio questo a dare al libro la forza della sua convincenza. Le tentazioni che non lasciano neppure il vescovo, una lotta che non può mai essere vinta o che deve esserlo tutti i giorni. Le piccole vanità o stilizzazioni di sé che non si proibisce. Le intuizioni, che gli si insinuano, ovunque egli si fermi e mediti. Perché si pecca più facilmente in presenza di altri, cosìddetti amici? Si vuole primeggiare e distinguersi avanti a loro e con loro, così come anche si ride in compagnia e non da soli. Perché non valgono sempre ed ovunque le stesse leggi o gli stessi precetti morali? Bisogna distinguere. Ci sono situazioni storiche, e queste non sono mai le stesse, e diverse cose sono determinate da queste. Ma ci sono anche leggi eterne, indifferenti ai tempi ed ai luoghi, per le quali il bene è bene ed il male è male. Un paio di esempi, nel testo e poi via. Sempre tensione, dialogo interiore, sempre l’autore in un interrogatorio incrociato autoimposto. Quanto c’era in lui, dal platonico al mistico, al logico, dal don Giovanni all’asceta, dallo psicanalista al santo. Grazia o forza di volontà tennero unita la personalità e resero possibili quelle prestazioni che poterono iniziarsi solo dopo aver portato dietro di sé tutto ciò.
francesco latteri scholten

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