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"Io fui de li agni de la santa greggia che Domenico mena per cammino u ben s'impingua se non si vaneggia..." Blog di francesco latteri scholten
San Tommaso d’Aquino: l'ente sintesi di essere e determinazione.
post pubblicato in diario, il 24 febbraio 2010
 

L'articolo 1 della prima Quaestio del De Veritate è il luogo celeberrimo dove appare la definizione metafisica della verità come adaequatio intellectus et rei. L'esordio, quasi altrettanto famoso è quello con cui si parte proprio dalla metafisica di Avicenna:

... ma ciò che anzitutto l'intelletto concepisce come la cosa più nota di tutte e in cui risolve tutti i concetti è l'ente (ens), come dice Avicnna al principio della sua Metafisica;[1]

Esso è del tutto sovrapponibile con il prologo del precedente De ente:

... l' ente e l'essenza sono le cose concepite per prime dall'intelletto, come dice Avicenna al principio della sua Metafisica.

Qui è posto l'oggetto primo della metafisica, il concetto in cui tutto si risolve: l'ente in quanto ente, ciò cui compete l'essere, ciò il cui atto è l'essere.

Il concetto complesso di ente, ( qualcosa che possiede l'essere) è la prima idea della intelligenza umana, non innata, ma procedente dall'esperienza nella quale l'uomo scorge l'essere appena conosce intellettualmente.

Non si tratta di un'idea esplicitamente astratta (che appare più tardi, come risultato di una maggiore elaborazione) bensì del fatto che qualunque cosa sia oggetto di qualche apprensione, viene primariamente accolta sub ratione entis.[2]

Si conosce ciò che è: questo è, o esiste: l'ente è sintesi di essere e determinazione.
"Questo è" ed è conoscibile in quanto è, nella misura in cui è ed è in atto: "unumquodque conoscibile est in quantum est in actu."[3]
Dall'oggetto materiale della metafisica "la datità immediata di tutto ciò che è presente"[4] è rilevata la forma dell'essere o della realtà, "questo è": l'ente, l'idea, il concetto, il cui contenuto è l'essere.
Questo concetto è "quasi notissimum et in quod conceptiones omnes resolvit",ossia esso è primum notum et per se notum, cioè evidenza prima e principio di ogni altra e conosciuto per se stesso.
E' fondamentale notare che essere e determinazione, i due costitutivi dell'ente, non sono due enti autonomi, nè due parti dell'ente, i due elementi - essere e determinazione - sono due principi costitutivi e correlativi:

Questa soluzione rende intelligibile il fatto che l'ente presenta qualificazioni irriducibili ed indissociabili: è interamente essere ed è interamente determinazione, è interamente uno ed è interamente diverso, è interamente indiviso (non opposto) ed interamente diviso (opposto). Infatti si tratta di considerare l'essere e la determinazione come elementi della sintesi, che è l'ente, e, quindi, al suo interno. In questo contesto essi vengono compresi come principi, componenti elementi, di cui ciascuno è con, mediante e per l'altro; costitutivi, in quanto la loro presenza nell'ente costituisce l'ente: la loro sintesi è l'ente; correlativi, in quanto la loro distinzione è una unità essenziale, in cui c'è l'uno perchè e in quanto c'è l'altro: stanno e cadono insieme; e infine principi costitutivi e correlativi trascendentali, nel senso che essi sono implicati l'uno nell'altro nella loro totalità; trascendentale traduce l' "interamente": l'ente è tutto intero essere e tutto intero determinazione; nell'ente tutto ciò che è l'essenza consiste nell'essere determinazione, modo di essere; e tutto ciò che è l'essere consiste nell'essere in quella determinazione ed in quel modo; fra l'essere e la determinazione vige una relazione tipica e che è detta trascendentale, perchè nella sintesi dell'ente la determinazione è la stessa relazione o riferimento all'essere e l'essere è la stessa relazione alla determinazione.[5]

Per quanto concerne l' essere, primo termine della sintesi di essere e determinazione che è l'ente, ci aiuta a comprendere un passo di un testo altrettanto famoso, il De anima di Aristotele:
L'atto del sensibile e del senso sono il medesimo ed unico atto, ma la loro essenza non è la stessa.[6]

La medicina e le scienze moderne ci confermano questo passo e, ripetendo lo stagirita, ci spiegano che ciò che per primo la mente conosce dai sensi è proprio questo atto, questa nozione prima in cui "tutto è" ed è conosciuto indistintamente come essere.
In questa conoscenza prima non c'è distinzione tra percepiente e percepito, tra soggetto ed oggetto (le due diverse essenze cui fa riferimento Aristotele): l' essere trascende tutto.
La distinzione soggetto / oggetto, come ogni altra distinzione successiva è interna all'essere ed operata dall'intelletto.
E' in accordo con quest'affermazione della scienza moderna anche il testo di S.Tommaso:

Ora, all'ente non si può aggiungere qualcosa come estraneo... ma si dice che alcune cose aggiungono [ qualcosa ] all'ente in quanto esprimono un modo dello stesso ente...

Nelle stesse riga S.Tommaso specifica però anche, ed è questo pure in accordo con le moderne acquisizioni scientifiche, che:

Ora, all'ente non si può aggiungere qualcosa come estraneo, al modo in cui la differenza si aggiunge al genere o l'accidente al soggetto...

Ossia che questo primum notum è indefinibile, infatti ogni definizione (es. l' uomo è un animale razionale) comprende un genere (animale) ed una differenza specifica (razionale) la quale può essere indipendente ed aggiunta "dal di fuori" al genere, ma l' essere non è un genere e nulla gli può essere aggiunto "dal di fuori".
La conoscenza prima, dunque, è l'essere di tutto, ossia che tutto è ed è conoscibile in quanto è, cioè: al di fuori dell'essere non vi è nulla, l' essere è intrascendibile.
Tutte le cose perciò sono unite indistintamente dall'essere e nell' essere, l'essere si rapporta al principio unificatore del reale (distinguendosene al tempo stesso), come osserva Aniceto Molinaro: "... l'idea di essere è una nozione unificatrice."[7]
E' il senso dell' "Uno" platonico nel Parmenide[8] ed è utile soffermarci brevemente - tornando alle origini del problema - per chiarire il rapporto tra l' essere, l'uno (principio di unificazione) e la determinazione che qui compare e che è il secondo termine della sintesi di essere e determinazione che è l'ente.
Platone si rifà ai pitagorici, il cui pensiero ricaviamo in sintesi:

... costoro sembrano ritenere che il numero sia principio non solo come costitutivo materiale degli esseri, ma anche come costitutivo delle proprietà e degli stati dei medesimi. Essi pongono, poi, come elementi costitutivi del numero il pari ed il dispari; di questi il primo è illimitato, il secondo limitato. L' Uno deriva da entrambi questi elementi, perchè è, insieme, pari e dispari.[9]

E' con questo concetto dell' Uno come principio costitutivo del reale e al tempo stesso come primo termine, o di nuovo, principio, della coppia enentiomerica reciprocamente implicantisi Uno - Molti, e perciò al tempo stesso uno e diade, che Platone riesce a superare l'empasse parmenidea[10]: l' Uno del "Grande Vecchio" della filosofia occidentale, l'Uno in sè non partecipa dell'essere, non è Uno e non è conoscibile.
E' la conclusione, che è un rigetto, della prima tesi del "Parmenide": "Non se ne ha quindi nome, nè definizione, nè scienza alcuna, nè sensazione, nè opinione."[11]

Il ragionamento di Platone è questo: se l'Uno in sè, cioè l'Uno considerato come principio a sè stante, "a prescindere" dall'essere non può esistere, allora deve esistere l' Uno come Uno che è (la seconda tesi è appunto "se l'Uno é), ossia come principio che partecipa o ha l'essere.
L'Essere è perciò una realtà assolutamente prima rispetto ad ogni cosa, è primario anche rispetto all' Uno, e l'Uno può esistere solo in quanto partecipante all'essere, cioè avente l'essere.

Se l'Uno è, è possibile che sia non partecipando dell'Essere?

Non è possibile.[12]

Ora quando si dice che tutto ciò che è, in quanto è, è essere ed è uno, si relaziona l'Essere e l'Uno.
Se è vero che l'Essere è uno e che l'Uno è essere, è altrettanto vero che l'Essere non è l'Uno e che l'Uno non è l'Essere, cioè che l'Uno è altro dall'Essere, si è perciò introdotto il principio di divisione o alterità nel momento stesso in cui si è introdotto quello di unificazione:

... se una cosa è l'Essere, un'altra l'Uno, l'Uno non è diverso dall'Essere perchè è Uno, nè l'Essere è altro dall'Uno perchè è Essere, ma sono diversi tra loro per la Diversità e l'Alterità.
Senza dubbio.
Perciò la Diversità non è uguale nè all'Uno nè all'Essere.[13]

L'Uno è primo termine della diade pitagorica Uno - Molti, introdurlo è porre anche il secondo termine della diade.
Si è così dimostrato, è il fatto fondamentale, che il principio di unificazione, e perciò anche di determinazione è necessariamente anch'esso essere, che è, in quanto partecipa dell' essere.
E' quanto consente di dare conto in maniera non contraddittoria della uni molteplicità del reale.
La determinazione è interna all'essere, perciò il determinato è determinato in quanto partecipa all'essere: ha l'essere in questo determinato modo.
Esso dunque non si oppone in maniera assoluta all' Essere, ma in modo relativo ad ogni altro determinato in quanto partecipa all'essere nel suo modo proprio: questa pietra è così, è determinata in questo modo, partecipa all'essere in questo modo che la caratterizza e distingue, e perciò oppone di opposizione relativa ad ogni altra cosa.
La posizione di Aristotele è qui diversa:

Ora, l'Essere e l'Uno sono una medesima cosa ed una realtà unica, in quanto si implicano reciprocamente l'un l'altro (così come si implicano, reciprocamente, principio e causa), anche se non sono esprimibili con una unica nozione. (Ma non cambierebbe nulla anche se noi li considerassimo identici altresì nella nozione: chè, anzi, risulterebbe di vantaggio.) Infatti, significano la medesima cosa le espressioni "uomo" e "un uomo", e così pure "uomo" e "è uomo"; e non si dice nulla di diverso raddoppiando l'espressione "un uomo" in quest'altra "è un uomo" (è evidente che l'Essere dell'uomo non si separa dalla unità dell'uomo nè nella generazione nè nella corruzione; e lo stesso vale anche per l'Uno). E' evidente, di conseguenza, che l'aggiunta, in questi casi, non fa
che ripetere la stessa cosa, e che l'Uno non è affatto qualcosa di diverso dall'Essere.
[14]

Lo stagirita dunque identifica l'Essere con l'Ente che è sintesi di essere e determinazione - come si vede dagl'esempi che adduce: uomo infatti non è Essere, ma essere determinato - e considera gli elementi della sintesi autoimplicantisi ed inscindibili.
S.Tommaso qui si rifà a Platone, per l'aquinate infatti la partecipazione è tema centrale in quanto dire che ogni cosa è determinata, ha l'essere per partecipazione, rinvia ad un essere che ha, necessariamente, l'essere per sè, che è per sè: Dio.
Essa rinvia al concetto di creazione, in quanto rinvia ad un essere che è essere per sè, che è soggetto dell'essere, che è Ipsum Esse Subsistens, da cui per partecipazione, ogni cosa ha l'essere, per cui "l' essere è l'effetto proprio di Dio in ogni cosa."[15]
La prima cosa che Dio crea è l' "esse commune", la forma realissima di tutto ciò che è, esso non è al di fuori delle cose esistenti, ma è conosciuto a partire dagli enti, è quello che con espressione moderna si dice essere trascendentale.
L' esse commune è l'essere in cui tutto ciò che è, è accomunato dall'essere, ogni cosa che è, è perchè partecipa ad esso.
La partecipazione del singolo ente all'essere è ciò che ne fa la sua determinazione propria: è il suo determinarsi nel proprio modo che lo differenzia da ogni altro, questa sua determinazione o partecipazione è la sua essenza.
Perciò l'ente "è ciò la cui essenza è la partecipazione all'essere"[16].
Siamo di nuovo al punto: l'ente è sintesi di essere e determinazione.
S.Tommaso continua:

Ora, all'ente non si può aggiungere qualcosa come estraneo... ma si dice che alcune cose aggiungono [ qualcosa ] all'ente in quanto esprimono un modo dello stesso ente...

Questi "modi" sono due proprio perchè l'ente è sintesi di essere e determinazione, in sintonia con la disamina appena fatta, dei due termini di questa sintesi.
Ma, allora derivano due piani, il piano dell'essere o piano ontologico ed il piano della determinazione o piano ontico.
Si è visto, la prima cosa che Dio crea è l'esse commune, perciò il piano ontologico ha la primarietà, l'uomo conosce però per primo il piano ontico:

... dobbiamo dedurre la cognizione delle cose semplici da quelle composte e dalle successive ricavare quelle
antecedenti...
[17]
francesco latteri scholten

Bibliografia.

San Tommaso d’Aquino

De veritate, Bompiani

De ente, Bompiani

Aristotele

De Anima, Bompiani

Metafisica, Bompiani

Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente.

Aniceto Molinaro, Metafisica

Platone

Parmenide, Bompiani

Juan José Sanguineti, Logica e gnoseologia.



[1] De veritate, QI, art 1

[2] Juan Josè Sanguineti, Logica e gnoseologia, 1988

[3] S. Th. I, q 5, a 2 c

[4] Aniceto Molinaro, Metafisica, pag. 68

[5] Molinaro Aniceto, Metafisica, pag. 153

[6] De Anima, libro III, 425 b, 25

[7] Molinaro A., Metafisica, pag. 71

[8] Cfr. Platone, Parmenide, Rusconi 1994, Terza tesi, se l'uno è che cosa ne consegue per gl'altri dall'uno considerati in rapporto all'uno, su cui il Migliori osserva: "nella realtà operano due processi, uno di divisione e uno di unificazione che rinviano a due principi primi ..." ivi, introduzione, pag. 18

[9] Aristotele, Metafisica, libro I, 986, 15 ed Bompiani, 2000, pag. 29

[10] Si ricorda che Platone interpreta il pensiero di Parmenide assolutizzandolo e perciò distorcendolo.

[11] Platone, Parmenide, 142 a, Rusconi, pag. 121

[12] Platone, Parmenide, seconda tesi, 142 b, pag. 123

[13] Platone, Parmenide, 143 b, pag. 127

[14] Aristotele, Metafisica, libro IV, 1003 b, Bompiani, pag. 133 - 135

[15] Tommaso, De Veritate, 22, 2, 2m

[16] Molinaro Aniceto, Metafisica, pag. 81

[17] Tommaso, De ente, Prologo.

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